La paura del giudizio nel Tango Argentino
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La paura del giudizio in pista è probabilmente il freno più forte che esista nel tango. Più della tecnica, più della musicalità, più di qualsiasi passo che ancora non viene bene.
Chi guida ha paura di sbagliare e di far fare brutta figura a chi segue. Chi segue ha paura di non capire, di essere «quella lenta», di rovinare il flusso. E in tutto ciò il corpo si irrigidisce. Anticipa. Pensa.
Il tango chiede l'esatto contrario.
Chiede di ascoltare, non di prevedere. Di sentire il partner, non di calcolare il prossimo passo. Ma come si fa ad ascoltare qualcosa se una parte di te è occupata a chiedersi cosa staranno pensando quelli seduti al tavolo?
Perché in pista, diciamocelo, si guarda. Sempre. Nelle scuole, nelle milonghe, ovunque ci sia uno specchio o un angolo dell'occhio libero. È strutturale al tango, non è un difetto delle persone che lo praticano, è un ballo fatto per essere visto, nato nei saloni, cresciuto tra sguardi che si cercano e si valutano.
Il problema nasce quando quello sguardo, invece di essere parte del gioco, diventa un tribunale.
Abbiamo visto allievi bravissimi a lezione bloccarsi in milonga. Abbiamo visto ballerini con anni di milonga alle spalle rifiutare un invito perché «oggi non sono in giornata, non voglio fare brutta figura». Abbiamo visto coppie litigare a fine lezione non per il passo sbagliato, ma per la vergogna di averlo sbagliato davanti agli altri.
Eppure il tango, quello vero, quello che viene dai maestri che continuiamo a studiare, non ha mai chiesto la perfezione. Ha sempre chiesto la presenza.
Pugliese non suonava per essere ineccepibile. Suonava per far sentire qualcosa, con tutte le imperfezioni di un'orchestra viva. Il tango sociale, quello delle milonghe di ogni sera, si basa sulla stessa idea: due persone che si ascoltano per tre minuti, senza sapere esattamente cosa succederà.
Se in quei tre minuti uno dei due sta pensando a come apparirà agli altri, quell'ascolto non esiste più. C'è solo controllo. E il controllo, nel tango, si vede. Si vede nelle spalle alzate, nel passo troppo misurato, nell'abbraccio che non si apre mai del tutto.
La paura del giudizio, in fondo, è paura di essere visti per davvero. Non nella versione levigata che vorremmo mostrare, ma in quella vera, incerta, a volte goffa. Ed è un paradosso crudele, perché il tango funziona solo quando ci si mostra così, senza filtro.
C'è però anche chi il giudizio non lo teme, lo cerca. Per qualcuno lo sguardo degli altri non è un peso, è carburante. Spinge a curare ogni dettaglio, a cercare la precisione, a volersi mostrare, ed esserne fieri. Non c'è niente di sbagliato in questo. Ognuno vive il tango come sente di doverlo vivere.
Il nostro modo va nella direzione opposta. Non balliamo per essere guardati, balliamo per sentire.
Ed è forse questa la differenza più vera tra il tango sociale e il tango escenario. Il primo, quello delle milonghe, è il tango dell'anima. Il tango del sentimento, quello interiore, che si balla per sé e per la persona che si ha tra le braccia, non per chi guarda da fuori. Il secondo nasce per essere mostrato, pensato per gli occhi di chi assiste, ed è tutta un'altra cosa. Due mondi che seguono regole diverse e che, per ovvie ragioni di sicurezza, non convivono facilmente sulla stessa pista affollata.
Ma questa è una storia che merita un articolo tutto suo.
Forse il primo passo per liberarsi dal peso del giudizio non è tecnico. È accettare che sbagliare, nel tango, non è un incidente da nascondere. È parte della conversazione tra due corpi che si stanno ancora conoscendo.
Uno strumento però c'è, ed è la pratica. Praticare vuol dire interiorizzare i movimenti, i meccanismi, farli propri fino a non doverci più pensare. E quando i passi smettono di occupare la testa, quella testa si libera per altro: per l'ascolto, per la musica, per chi si ha tra le braccia.
Quanti di noi ballano meglio quando smettono di controllarsi?
Un abbraccio Tanghero!Yunta de Oro
Ilaria e Vittorio insegnano tango argentino a Firenze, in due sedi: Firenze Sud e Osmannoro. Il modo in cui insegnano è raccontato ne La didattica.


