Ilaria e Vittorio in un abbraccio di tango argentino, Yunta de Oro Firenze

Yunta de Oro · Riflessioni L’abbraccio, la cosa più difficile del tango

Tango argentino a Firenze · 3 min di lettura

Si pensa che la parte difficile del tango siano i passi.

Gli ochos, i giri, le sacadas, quelle sequenze che sembrano non voler entrare nei piedi. È quello che spaventa chi comincia ed è quello che, visto da fuori, sembra il tango.

I passi però si imparano. Con pazienza, con la ripetizione, con un po’ di testardaggine. Prima o poi arrivano.

L’abbraccio è un’altra storia.

Chiedere a due persone di abbracciarsi sembra la cosa più semplice del mondo. Non lo è. Nella vita di tutti i giorni ci abbracciamo poco, quasi sempre di fretta, quasi sempre con chi conosciamo già. Nel tango ci si abbraccia con qualcuno visto magari per la prima volta cinque minuti prima. E si resta lì, per tutta la durata di un brano, senza parlare.

Nelle prime lezioni è uno degli ostacoli più grandi che incontriamo, e non ha niente a che fare con i piedi. Chi si avvicina al tango di solito ha messo in conto la fatica dei passi, la coordinazione, la musica. Quasi nessuno ha messo in conto la vicinanza.

Trovarsi a toccare qualcuno, a sentirne il respiro, a condividere il proprio spazio con una persona che non si conosce, per molti è una cosa nuova. E mette a disagio, molto più di qualsiasi sequenza.

Il corpo lo sa, e si difende.

Le spalle salgono. Il braccio diventa un gancio, una leva, una distanza di sicurezza. Il petto si ritrae di qualche centimetro, quel tanto che basta per sentirsi al riparo.

Nessuno lo fa apposta. È un riflesso, è normale.

Ma da lì il tango non passa.

Perché l’abbraccio non è la cornice dentro cui si fanno i passi. È il luogo da cui i passi nascono. È lì che si legge l’intenzione di chi guida, è lì che si ascolta la risposta di chi segue. Un abbraccio rigido somiglia a una conversazione tra due persone che si tappano le orecchie.

E qui arriva la parte più difficile, per chi lo impara e per noi che lo insegniamo.

Nella sua forma l’abbraccio si insegna. Dove va la mano, quanto si apre il gomito, come si appoggia il peso, dove si incontrano i due corpi. C’è una posizione corretta, e la si può spiegare, correggere, ripetere.

Quello che non si può insegnare è la sensazione di condividerlo. Possiamo raccontarla, per come la viviamo noi, ma non possiamo consegnarla a nessuno.

A un certo punto arriva da sola. Quando l’attenzione smette di stare sui passi e si sposta sulla coppia, e sulla musica.

Lì si passa a un altro livello. Alla condivisione, all’improvvisazione... al tango.

Leggere un abbraccio. Viverlo. Sentirlo. Sono tre cose diverse, e ognuna chiede il suo tempo.

Leggerlo vuol dire accorgersi di un respiro, di un peso che si sposta prima ancora che il piede si muova.

Viverlo vuol dire restarci dentro anche quando la musica rallenta e non c’è nessun passo da fare.

Sentirlo, forse, vuol dire semplicemente smettere di controllarlo.

C’è poi un’altra cosa che spaventa, ed è il mostrarsi. In un abbraccio vero non ci si nasconde. Si sente se sei teso, se sei distratto, se stai pensando al passo dopo invece che alla persona che hai davanti. Per questo all’inizio è più comodo tenere le distanze.

Forse è anche per questo che i vecchi milongueros, quelli dei video girati nelle milonghe di Buenos Aires, a volte sembrano non fare quasi niente. Camminano. Si fermano. Ripartono. Eppure è impossibile smettere di guardarli.

Non stanno facendo passi difficili. Si stanno abbracciando.

Il nostro tango parte da lì. Non dai passi, che arriveranno. Dall’abbraccio, che va cercato ogni volta, con ogni persona.

Un abbraccio Tanghero!Ilaria y Vittorio